Perché vietare il panino della mamma?

Pensare di trascorrere un intero anno senza vedersi infliggere una nuova mortificazione oppure l’ennesima restrizione di libertà è proprio diventato un miraggio per le famiglie italiane. Così, mentre concetti di bene superiore e di interesse collettivo sempre più astratti si fanno strada, saettando tra commi di leggine e paragrafi di sentenze per forgiare le clave che appiattiranno i brandelli di libertà individuale residui, ecco arrivare dall’alto l’ennesima mazzata. Ancora una volta a doversi far da parte per il “bene comune” saranno i genitori che, rei del becero egoismo di voler decidere di che nutrire i propri figli, si vedranno preclusa tale possibilità nelle scuole a tempo pieno. Del resto si sa: il rancio è ottimo e abbondante. Cos’avranno dunque da obiettare se sarà d’obbligo fare ricorso solo ed unicamente al servizio di refezione scolastica? Suvvia signori, non siate tirchi. Il concetto di gratuità generalmente legato ad un obbligo stavolta non si applica: pretenderlo sarebbe prevaricatorio. Immolare il portafogli sarà l’unica strada percorribile e, naturalmente, incrociare le dita sperando che il pranzo sia passabile.

Eppure, messa da parte l’ovvia ironia, di che lamentarsi ci sarebbe eccome. Sul piano della libertà individuale la nuova impostazione appare irragionevole. Con un volo pindarico, ma neanche troppo, chi ha memoria storica ricorderà una delle caratteristiche comuni ai regimi comunisti totalitari, proprio sull’aspetto dell’alimentazione. Nella dittatura cambogiana dei Khmer rossi, ad esempio, il solo raccogliere una mela da terra poteva comportare la pena di morte. La frutta veniva lasciata a marcire dov’era, perché l’unica forma di alimentazione consentita era quella gestita dallo Stato attraverso i refettori pubblici. Le pene più pesanti e più frequenti erano proprio per chi veniva scoperto ad alimentarsi da solo, sfuggendo alle mense collettive. Era persino proibito possedere attrezzi da cucina, fatto salvo un unico cucchiaio. Sulla carta erano nobili intenzioni: maggior tutela della salute, annullamento delle disparità, persino l’ambizione che ciò avrebbe contribuito al bene della popolazione al punto da raddoppiarla numericamente. Nella pratica, un milione di persone morirono di fame e di malattie legate alla fame.

Non che si vogliano mettere sullo stesso piatto le due cose, ma questo fatto storico dovrebbe fornire la misura di quanto asfissiante sia una proibizione in tal senso, e che gran valore simbolico abbia il cucinare per le persone. Specie per i propri cari, ove assume pure una connotazione affettiva. Che la cucina sia cultura, inoltre, è un fatto riconosciuto ormai ovunque. Che si sta cercando di fare, dunque? Strizzare l’occhio ad un business miliardario, che senz’altro crescerà ancora, o c’è dell’altro?

Esaurito lo scopo dell’iperbole, dovrebbe esser chiaro che qui nessuno pretende di sentirsi nella cappa di una delle grandi dittature del passato. E’ pur evidente che certe chicche non ce le facciamo mancare neanche noi. Basta effettuare una semplice ricerca in rete per imbattersi in testimonianze agghiaccianti in merito alla qualità dei servizi di refezione. La più recente risale a dicembre dello scorso anno, quando un’ispezione dei NAS sul territorio nazionale ha riscontrato anomalie in una mensa scolastica su tre. Per bocca del ministro della salute Grillo apprendiamo di “Cibi scaduti, gravi carenze igieniche, perfino topi e parassiti: un film dell’orrore”. Erogate sanzioni pecuniarie per oltre 576mila euro e oltre 2 tonnellate di alimenti sequestrati. Simili ispezioni in anni precedenti non hanno dato risultati più incoraggianti. Forse in questo solco già tracciato trovano conferma le recenti parole del medico e scrittrice Silvana De Mari, secondo cui l’assenza di un’alternativa alla refezione scolastica ne comporterà il peggioramento. Si sa che al peggio non c’è mai fine. Ce lo ricorda anche il fatto che spesso simili contesti divengono facile meta di colonizzazione ideologica, come qualcuno ebbe da obiettare a Roma ai tempi dell’amministrazione Marino per quanto accadde con il celebre menu europeo, nell’illusione che qualche porzioncina di wurstel e patatine potesse integrare le differenze culturali.

Se ciò non bastasse, una recente nota di UilTucs e della UIL del Lazio ha epitetato il nuovo bando della refezione scolastica del Comune di Roma in modo poco lusinghiero, arrivando a equiparare il costo dei pasti dei bambini a quello dei canili municipali. Dell’aver colmato il divario gioiranno forse gli animalisti più accaniti, un po’ meno le famiglie coinvolte dacché vedranno ridurre il costo per pasto dei loro bambini da 7 euro a circa 4 euro negli asili nido, e da 4,50 euro a 4 euro tondi per le scuole elementari. Continuando a leggere apprendiamo pure che “si aggiunge già da qualche anno l’abitudine di far svolgere le mansioni di cuoca al personale della Multiservizi, confidando nella capacità femminile di preparare un pasto”. Peccato che oggi questa stessa capacità femminile non sia riconosciuta alle comuni mamme che, pur sempre donne, metterebbero invece a rischio la salubrità dei locali scolastici coi loro panini, manco fossero armi biologiche e imbottiti di chissà quali schifezze. Quel che resta di un tale minestrone di assurdità è che una qualsiasi impiegata possa preparare il cibo per gli alunni, ma se a farlo è una mamma per suo figlio si apre invece un problema di sicurezza, dai contorni persino diseducativi. Ne prendiamo atto.

Tutti questi elementi spingono a pensare che, pur di disconoscere il cosiddetto “diritto al panino” (termine di per se caricaturale e forse volto a evocare un’immagine grottesca delle rivendicazioni genitoriali) si stia imponendo qualcosa che l’attuale sistema non è neppure in grado di garantire in maniera adeguata, e che da anni va peggiorando di giorno in giorno.

Sotto aspetti più pratici, ulteriori contraddizioni emergono in modo dirompente. Per quanto concerne la disparità sociale, non si comprende perché il cibo possa essere oggetto di confronto e non lo siano piuttosto i costosissimi zaini, firmati e non, con o senza trolley, le scarpe, gli astucci, i quaderni, le tute da ginnastica, etc. Per non parlare di fenomeni più voluttuari, ormai febbrili specie tra i più piccoli: costose bamboline LOL, gormiti, carte pokemon, figurine. Tutte cose con le quali una famiglia impara a confrontarsi dal primo momento in cui un bambino mette piede dentro una scuola e inizia a socializzare coi compagni, e che non pare abbiano mai fatto morire nessuno.

Una disparità sociale, inoltre, potrebbe introdurla proprio l’obbligatorietà delle refezioni scolastiche, ben più grave perché oltrepassa il perimetro della classe. I più benestanti, pur impegnati col lavoro, potranno permettersi di revocare il tempo pieno assumendo una tata che vada a ritirare i bambini da scuola a orario di pranzo. I meno abbienti dovranno altresì ingoiare inevitabilmente l’ennesimo rospo. Proprio tra questi va segnalato che i pendolari vedono spesso disconosciuto il diritto alla riduzione della tariffa in base al reddito perché, per motivi di lavoro, si trovano costretti a portare i figli in prossimità della sede lavorativa, in scuole poste al di fuori del comune di residenza. In questi casi il tempo pieno è inevitabile. Talvolta sono pochi chilometri, che però comportano il dover pagare la tariffa piena, come i ricchi. Un’ingiustizia la cui esosità cresce con il numero dei figli. Non proprio il massimo come politica familiare.

Secondo i legali che stanno seguendo il caso, non tutto è perduto e vi sarebbero ancora delle chances di veder riconosciuta la possibilità dell’auto refezione, sebbene non più come “diritto soggettivo perfetto o incondizionato”. Non sarà comunque semplice, tenuti in conto il cancan mediatico, come sempre corale e a senso unico, unito allo zelo di certo personale preposto nell’osservare direttive e circolari che talora ergono un muro tra il cittadino e i suoi reali diritti. Forse ce ne faremo una ragione. I figli delle famiglie italiane non mangeranno più il pane di casa ma beneficeranno, volenti o nolenti, di proverbiali (e costose) brioches. Speriamo almeno che non siano scadute.

Andrea Ingegneri

Tratto da Notizie Pro Vita & Famiglia, n.78, ottobre 2019